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Tredici ore in Pronto Soccorso: “Sembrava un campo profughi”

Con il picco dell’influenza, aumenta a dismisura il numero di persone che quotidianamente, da tutta la Provincia, si riversano verso l’Annunziata

 

annunziata
 
COSENZA – Con il picco dell’influenza, aumenta a dismisura il numero di pazienti che quotidianamente, da tutta la Provincia, si riversano verso il Pronto soccorso dell’ospedale Annunziata di Cosenza. Una lettrice ha contattato la redazione  raccontare l’interminabile odissea patita da suo zio e di altre decine di pazienti la notte fra il 28 e il 29 gennaio, quando il reparto “sembrava un campo profughi”.
 

Va detto che sul fenomeno del sovraffollamento incide in maniera significativa la cattiva abitudine di recarsi in ospedale anche per problemi di modestissima entità, che potrebbero essere tranquillamente risolti attraverso un consulto con il medico di famiglia o con la guardia medica. E’ consigliabile quindi recarsi in Pronto soccorso solo in casi di reale necessità. Altrimenti non si fa altro che rendere ancor più intricati gli atavici problemi che affliggono il reparto.
 

Ne sa qualcosa, appunto, lo zio della nostra lettrice, che è entrato in Pronto Soccorso alle ore 15,49 del 28 gennaio e ne è uscito alle ore 4,45 della notte. Di Seguito il racconto della nipote.
 

Abbiamo chiamato l’ambulanza per mio zio. Siamo arrivati all’ospedale più o meno verso le 16 con codice giallo. Il Pronto Soccorso sembrava un campo profughi. C’erano sicuramente più di 80 pazienti con due infermieri. Ore e ore di attesa per la visita cardiologica in condizioni a dir poco disumane. Ci sono stati momenti in cui non c’erano più barelle, le sedie messe a disposizione non erano sufficienti per i pazienti.
 

C’erano persone che erano in Pronto Soccorso dalla mattina e a notte fonda erano ancora lì. Continuavano ad arrivare persone malate e gli infermieri non sapevano più come gestire la situazione. Abbiamo aspettato più di 4 ore per la seconda consulenza cardiologia. Un vero e proprio scempio. Per non parlare poi dei servizi igienici che a mio parere in un ospedale dovrebbero essere sempre funzionanti e puliti soprattutto quando si verificano epidemie come quella che si sta verificando in questi giorni, invece no: la puzza che era più che nauseante.
 

Dopo tredici ore in Pronto Soccorso, l’unica risposta data: “Non ci sono posti letto ma il paziente deve essere monitorato”. Ora io mi chiedo com’è possibile che la gente gravemente malata deve attendere ore prima di una visita sperando che non peggiori la situazione e che medici e infermieri devono lavorare in condizioni assurde.
 

Ci sono state diverse discussioni tra infermieri e parenti dei pazienti presenti li. Non so quanto questa mia protesta possa cambiare le cose ma i cittadini devono sapere in che condizioni ci troviamo. Una persona va in ospedale per essere curata e non per morire su una barella. Io parlo per mio zio ma credo che valga per tutti coloro che avevano un famigliare quella notte in ospedale.

 

  1. Aldo says:

    La criticita’ per l’ennesima volta descritta, lascia poco spazio ad ulteriori commenti.Duole e non poco,la ignobile oggettiva condizione in cui, parimenti all’utenza, versano gli operatori che definire disumana e’ dire poco.La collaborazione del cittadino, che nella fattispecie diventa indispensabile, quantunque ripetutamente auspicata, assume valenza di ricezione pari a zero,ed appare quantomeno incomprensibile. Conseguenziale,soprattutto in P.S. il quotidiano “campo profughi”su descritto.Una drastica quanto urgentissima “inversione di tendenza”sara’ alla portata di politici,addetti ai lavori,ed utenza?Per una SANA SANITA’di certo non basteranno solo post e commenti.