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Santino, quando il caffè è “na cosa fina”

 

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L’umanità? Per lui si divide in due sole categorie: dottori (“duttù”) e ragionieri (“raggiunì”). Quando vi avrà classificato la prima volta che avrete varcato la soglia del suo minuscolo locale, basandosi esclusivamente sul suo istinto, per Santino Spadafora, titolare del Caffé Europa di Cosenza, il titolo non ve lo toglierà più nessuno.
 
Non gli importa sapere se una laurea in tasca l’avete veramente o se riuscite a districarvi agevolmente nella partita doppia. Portate gli occhiali, magari? Siete “raggiunì”. Il vostro aspetto, anche se indossate un abbigliamento casual, ha un che di “fine”? Siete “duttù”.
 

E per servirvi il caffè, fatto solo “all’antica” (il barista ve lo zucchera e ve lo gira, voi dovete solo bere, rigorosamente da Santino in un bicchiere di vetro e non in tazzina), lui comincerà a intonare la sua personale litania: “Na cosa fina, dottò” . Non lo dirà solo una volta: dal momento in cui lo ordinate, passando per la tostatura dei chicchi fatta al momento, all’energico e secco movimento di abbassamento della leva, fino a quando poserà il bicchiere sul piattino, per Santino sarà un susseguirsi di “Na cosa fina, dottò”. Unica variante possibile è nel titolo che vi ha attribuito, ragioniere al posto di dottore.
 

Il mood di Santino, al quale hanno deciso di dedicare un libro (“Vintage café”, Filippo Caira per Pellegrini editore), è stato trasferito anche ai due suoi aiutanti filippini, due ragazzi che si alternano nei turni mattutino e pomeridiano. Anche loro accompagnano le ordinazioni ormai con “Na cosa fina, dottò”.
 

Me lo dice anche mostrandomi orgoglioso il libro che parla di lui: “Ha venduto millenovecento copie. Na cosa fina, dottò”. L’unica difficoltà è quando gli chiedo di autografarmene una copia: Santino non amava andare a scuola, è riuscito a fatica a completare le elementari, e l’autografo sul libro, con tratto di penna incerto, è rigorosamente con il cognome riportato prima del nome: Spadafora Santo.
 

Perché al bar di Santino non si va mica per dire chiacchiere o per passare il tempo. Per i perdigiorno ci sono i locali eleganti del poco distante corso Mazzini, il salotto buono della città. Da Santino si va per bere il caffè, o, al massimo, ‘a bambulicchia, che sarebbe il cappuccino nella versione “Na roba fina, dottò”: panna o schiuma prodotta a vapore, latte fresco pastorizzato intero proveniente esclusivamente da allevamenti locali, e quantità dosata accuratamente da Santino che tiene in conto la particolare tostatura dei chicchi di caffè utilizzati.
 

Entrare nel Caffé Europa è come fare un tuffo nel passato. Alle spalle di Santino i liquori sono ancora quelli di cui diversamente potreste trovare traccia solo nei film poliziotteschi degli anni Settanta con Maurizio Merli: Punt e Mes, Amaro Cora, Strega…
 

Anche per fare la limonata e il thè freddo in estate, Santino porta in città alcune bocce di vetro che riempie a una fonte di un paese fuori Cosenza, Donnici. Il perché lo ha spiegato all’autore del libro con tono serissimo: “Diversamente la limonata non viene così”. Costo al pubblico di una delle sue bevande, un euro e cinquanta centesimi.

Pubblico forse non è il termine più adatto. Clienti, meglio. Quelli di cui Santino continua a volersi prendere cura di persona, rinunciando ad ampliare il suo locale, che sembra fuori dal tempo. Lui bada più alla sostanza che alle apparenze. Perché se non fosse “na cosa fina”, lui il caffè neppure ve lo proporrebbe.
 

Articolo di : Antonio Murzio

Fonte : http://www.linkiesta.it ” Cronache Murziane”
 

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