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Reportage sui Ristoranti Kebab

kebab1“Voglio vederti danzare come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali o al suono di cavigliere del Katakali. E gira tutt’intorno la stanza mentre si danza, danza e gira tutt’intorno la stanza mentre si danza”. Iniziamo il racconto dai versi di Franco Battiato per raccontare il nostro viaggio notturno nel mondo delle paninoteche Kebab e dei ragazzi che li preparano con tanto amore e tanta passione. Arrivano dal “cosiddetto” mondo arabo, da vari paesi, ma noi abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui ragazzi che arrivano dal Pakistan. Un paese sconfinato il loro, sesto per popolazione mondiale e quindi un po’ come l’ Italia avaro di risorse per tutti. Quindi “Dio emigrazione” sempre in costante movimento. Peregrino e solingo. Appena si entra in una Kebaberia ci si sente come in una terra straniera, perché il sentimento più forte che appartiene a chi trasla in un altro paese è l’appartenenza al proprio. Entrare nel K2 di via Mari è un po’ come entrare a Islamabad. Capitale del Pakistan. Le musiche, gli odori, i sapori ti fanno sentire come se fossi nel paese con la luna e la stella (loro bandiera nazionale). Ad accoglierti con il sorriso di chi ha negli occhi la malinconia c’è Ahmed Mudassar che ha 26 anni e arriva da Lahore città a tre ore di macchina da Islamabad. Fa il cuoco. E’ lui il maestro del Kebab. Il suo italiano è molto buono e la curiosità ci spinge a fargli mille domande una di seguito all’altra. Ci racconta del suo arrivo in Italia a Brescia e delle mille difficoltà che ha affrontato. E’ qui da tre anni. Ha sempre fatto il cuoco sia in Pakistan che in Italia, tranne per un anno in cui era a Napoli e aveva la famosa “bancarella” che hanno molti sui connazionali. Comprava dai cinesi e rivendeva a tutti noi. Con i soldi guadagnati riusciva solo a mangiare e pagare l’affitto vivendo con altri sei ragazzi. Poi la svolta che forse cambia la vita, il treno che se passa bisogna prendere, il rischio che bisogna affrontare e lanciarsi. Come fanno i trapezisti che quando volano non ci pensano come va a finire. Ahmed conosce Rafat e viene a Cosenza e inizia a lavorare al K2. Rafat Khan dà un’ottima possibilità ad Ahmed e lui da ragazzo sveglio e tenace qual è la coglie al volo e da qui inizia un ottimo rapporto di lavoro e di amicizia tra loro. Rafat è uno di quei ragazzi che hanno il carisma innato del leader e nonostante la sua giovane età ti conquista. Ha 22 anni lui. Arriva dalla capitale. Da Islamabad. Parla inglese perfettamente. Quell’inglese che in Pakistan è lingua ufficiale, la lingua con la quale si firmano i trattati e che i giovani imparano per essere competitivi nel villaggio globale del mondo. Rafat aveva un obiettivo nella vita e l’ha inseguito. Aveva 13 anni ed ha lasciato il Pakistan per andare dalla nonna in Tunisia per imparare la lingua islamica. E sì perché in Pakistan si parla ufficialmente l’inglese, ma la lingua del popolo è l’Urdu. Quindi per essere competitivo nel mondo che venera Allah occorre l’arabo. Messosi in pari anche con questo il salto nell’Occidente che baratta sogni e speranze che poi per molti magari vengono disilluse. Ma la salita è forte e chi ha gambe pedala e lascia gli altri ad arrancare sui tornanti. Rafat arriva a Crotone. Nella città del Maestro Pitagora ha uno zio e inizia a lavorare per lui. Imparando trucchi e personalità. Rafat non è tagliato per la scuola, preferisce una vita di lavoro e da “cane randagio” per la strada. La strada insegna a vivere. Ha la terza media, ma conosce perfettamente quattro lingue: Urdu, inglese, arabo e italiano. Molti italiani hanno più lauree, più master, più dottorati, ma poi in un aeroporto internazionale magari non sanno che deleted significa che il proprio volo è cancellato e lo chiedono al loro vicino di avventura. Ma torniamo a noi. La sua attività procede bene e dopo i naturali assestamenti ora i “frutti” stanno arrivando. Ahmed e Rafat mettono il cuore e la passione per questo i loro kebab sono squisiti. I loro sono prodotti di prima scelta, la carne è tenerissima, le salse squisite, la loro piadina fatta in casa (Nan in Urdu) si scioglie in bocca. Ma oltre a questo a far la differenza è il cuore. Senza quello non c’è nulla. Il sabato sera Rafat insieme ai suoi ragazzi sfornano kebab in dieci secondi e piadine in tredici. Hanno fatto della velocità il loro mestiere. Quella velocità che porta in alto. Ma con i piedi ben saldi. Di chi non può cadere perché le basi sono solide. Ahmed e Rafat amano l’Italia. Il paese che li ha accolti e che li fa sentire importanti. Quell’Italia che De Gregori definisce perfettamente “metà dovere e metà fortuna”. Ahmed e Rafat avranno sempre gli occhi malinconici perché non puoi mai dimenticare chi sei e da dove vieni, ma se sei qui devi cercare l’Italia. Loro l’hanno voluta, l’hanno cercata, l’hanno trovata e credo l’abbiano anche conquistata. Ad Maiora ragazzi. Il cielo sopra di voi è azzurro. Anche se ha un tricolore invece che una luna e una stella.
Giandomenico Sica

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