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Quaranta ore di attesa al Pronto Soccorso di Cosenza per non ricevere alcun tipo di cura

Un cittadino disgustato dalla negligenza che regna all’Annunziata racconta due giorni di rabbia vissuti tra gli sporchi corridoi dell’Ospedale poco ‘Civile’ di Cosenza.

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COSENZA – “La storia agghiacciante vissuta da un cittadino di Cosenza. In due notti dal 2 Gennaio ore 21:30 al 4 Gennaio ore 13:30, trascorsi in corsia nel pronto soccorso di Cosenza, un Ospedale ‘pubblico’, pensa di aver visto il fondo, ma davvero il fondo della nostra società italiana fatta di operatori sanitari superficiali, poco personale qualificato e non, ambiente sporco e mal gestito sensibilità verso il malato o l’emergenza pari a zero. Gente abbandonata per ore in attesa di una visita sballotata “da sola ” da un reparto all’altro, dove autisti del 118 si trasformano in infermieri e parenti aiutanti degli infermieri. Nessuna assistenza, barelle no comment, codici Rossi lasciati a metà per soccorrere altri codici rossi. A volte l’unica soluzione è forse morire soprattutto se sei anziano e solo. Nessuna attenzione per i parenti in attesa, mogli anziane che a stento accompagnano il loro caro e unico amore, il marito trattati come bestie al pascolo. Ma che fine di m… deve fare un anziano in difficoltà nel mondo pubblico se non conosce nessuno.

 

Per un attimo ho sperato di vedere in quelle condizioni tutti coloro che amministrano la sanità pubblica perchè per capire, secondo me bisogna vivere un paio di notti come le ho vissute io da spettatore di un disastro chiamato Ospedale Pubblico. Ma la cosa che più mi fa rabbia è la negligenza anche dei pochi in presidio che si scaricano il lavoro uno con l’altro e ad ogni occasione sottolineano che non è di competenza o che non si assumono responsabilità. Sono letteralmente disgustato. E dopo una lunga attesa di 40 ore neanche il ricovero a Cosenza e ci si sposta a Rogliano e la storia infinita continua. Se sei anziano e solo sei morto, già perchè deve essere anche fortunato chi si ammala, deve avere: soldi sufficienti, deve conoscere un medico del reparto in cui dovrebbe essere ricoverato, deve essere parente stretto di un politico locale conosciuto per arrivare al posto letto senza fare la fila , deve avere un bel po’ di situazioni favorevoli per resistere nella trincea del dolore. E se l’istituzione Regionale non aiuta a migliorare il servizio chi lavora lo fa anche non certo con lo spirito della missione secondo il Giuramento di Ippocrate.

 

Un esempio. Un malato, anziano e solo di Laino Castello in provincia di Cosenza chiama il 118. Inizia un incubo. Viene trasportato a 100 chilometri di distanza minimo, perchè se non è fortunato non potrà sperare in: Ospedale di Mormanno a pochi chilometri chiuso, ospedale Praia a Mare chiuso, ospedale di Castrovillari al collasso e non avendo tutti i reparti per le urgenze ad esempio (pneumologia) niente, Ospedale di Lungro chiuso, ospedale di Trebisacce chiuso, ospedale di Acri idem, alla fine resta l’ultima possibilità Cosenza che raccoglie al pronto soccorso un numero di richieste di aiuto fuori dal normale. Così si ritrova visitato superficialmente con diagnosi confusa e zero cure in attesa che avvenga il miracolo. Con i miei occhi ho visto situazioni davvero agghiaccianti. Parenti di un malato in codice rosso costretti a decidere in mezzo alla confusione più totale se rischiare un’operazione che potrebbe essere fatale o dire stop alle sofferenze del loro papà o portarlo a casa.

 
Ho visto con i miei occhi servire la colazione e lasciarla su un tavolo dove l’anziano che non ha un parente lì con lui non potrà consumare perchè legato ad una barella con flebo e chiedere aiuto con gli occhi. Una situazione che mi ha fatto molto arrabbiare e riflettere perchè tutto cio non ha un senso. Mi sono rivolto agli operatori che mi hanno risposto: “eh, ma io mica posso perdere tempo a imboccare i malati”. Ha ragione la colpa di tutto è di quel malato solo sfortunato (stavano ritirando i vassoi intatti, ma con un altro parente abbiamo fermato tutto e dato noi la colazione). Malati infettivi messi vicino a malati a rischio. Infermieri e medici sotto stress rischiano nella confusione di farsi male o di rimetterci la vita preda dell’ira dei parenti inferociti ed esausti dopo tre giorni di attesa al Pronto Soccorso. Ma se questo è solo il racconto di tre giorni circa, lascio a voi immaginare cosa accada nei restanti 362 giorni dell’anno.
 
Io se fossi il ministro della Sanità Pubblica avrei molto da riflettere. Inviterei il ministro a trascorrere con me un paio di giorni nella sanità pubblica calabrese e forse solo dopo capirebbe di cosa si sta occupando”. Sarebbe molto utile dato che l’attuale ministro della Sanità del Governo Renzi, Beatrice Lorenzin, non ha nessuna competenza in ambito sanitario, ma solo un semplice diploma conseguito al liceo classico.
 
fonte:quicosenza

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