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Luigi, sovrintendente della Polizia Penitenziaria ci racconta il suo carcere

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Curiosità – 27/05/2014, Giandomenico Sica

Charles de Montesquieu già nel Settecento affermava che il grado di civilizzazione di un Paese si misura dalle proprie “patrie galere”, ossia dalle sue carceri. Nel nostro Paese ogni giorno sentiamo parlare di Riforma della giustizia in senso ampio, di sovraffollamento delle Case Circondariali, di indulti, di amnistie e derivati vari. Abbiamo incontrato chi in una Casa Circondariale ci lavora e ci ha passato molti degli ultimi trenta anni della sua vita. Luigi, sovrintendente di 52 anni della Polizia Penitenziaria, “ci apre” le porte dell’ Istituto e ci svela alcuni passaggi del loro mondo e della loro condizione lavorativa. Chiediamo al nostro Cicerone cosa lo ho spinto nel lontano 1978 a diventare Agente di Custodia e a intraprendere un lavoro così delicato ? “ Oggi tutti parlano di crisi e di difficoltà a entrare nel mercato del lavoro, ma già allora non era facile inserirsi e così per noi ragazzi del Sud Italia le forze armate sono sempre state un porto sicuro. Un buon posto di lavoro. Quando sono entrato io eravamo un corpo militare e dopo aver fatto il corso a Cairo Montenotte (Savona) ho iniziato a amare questo lavoro e questa divisa. Quelli, ripeto e ripeterò, sono stati anni duri. La gente alle manifestazioni ci gridava che eravamo carne venduta allo Stato, ma io ho continuato a difendere il mio posto, le mie ragioni e lo Stato che rappresentavo”.

Erano sì anni duri quelli, e il rapporto con i detenuti com’era?

“ Dipende dai casi. Ma in quegli anni c’era il terrorismo, c’erano le stragi. Sono stati gli anni del sequestro e dell’uccisione dell’Onorevole Aldo Moro. I detenuti al loro primo ingresso il più delle volte instaurano con noi un rapporto di sostegno, fatto di rispetto reciproco. Invece i detenuti abitudinari e di lungo corso si isolano e non cercano nessuna forma di contatto”.  Il carcere riabilita? Aiuta al reinserimento in società una volta scontata la pena?

“Si secondo me si. Anche se dobbiamo distinguere tra le persone. C’è chi scontata la pena e resosi conto di aver sbagliato quando esce vuole rifarsi una vita e ce la fa, mentre c’è chi continua sulla propria strada”.

Sentiamo spessissimo parlare di difficoltà della Polizia Penitenziaria, di carenze di organico, di turni lunghi e stressanti. Cosa puoi dirci in merito.

“ Noi abbiamo sempre lavorato in difficoltà e sotto numero. A metà degli anni 80 andava bene se avevamo due riposi al mese, facevamo turni di otto ore e quando avevamo turno di notte restavamo in Istituto quasi venti ore. Dopo la smilitarizzazione del 90 da Agenti di Custodia siamo diventati Polizia Penitenziaria, ma non è cambiato niente e le condizioni sono sempre difficili. C’è qualche risorsa in più ma avendoci affidato le traduzioni dei detenuti siamo rimasti sempre in pareggio di organico”.

E dei suicidi di alcuni tuoi colleghi, i numeri sono un po’ allarmanti. Possono incidere le condizioni difficili in cui si lavora? “ Ma credo si arrivi a questo anche perché ci sono altri problemi alla base di ogni soggetto, tipo familiari o altro. Certo questi problemi uniti alla durezza ed alla difficoltà della nostra posizione ( sovraffollamento e carenza di personale) in alcuni possono essere causa scatenante. Ma, ripeto, credo sia una cosa soggettiva, con alla base altri problemi più di tipo familiare”. Concludendo credi la vostra situazione potrà cambiare in meglio? Qualche suggerimento? “ Me lo auguro. Credo che la certezza della pena potrebbe diminuire i reati, il potenziamento del Corpo e la pena da scontare nel proprio paese di origine per gli stranieri potrebbero contribuire a migliore la nostra condizione lavorativa”. 

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