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Il rito dei Vattienti di Nocera Terinese

 

 

In tutto il mondo cristiano la Settimana Santa viene celebrata con intensi sentimenti di fede che a volte danno vita a riti misteriosi capaci di suscitare emozioni forti; sono riti che rievocano la condanna e la messa a morte di un innocente, l’estremo sacrificio di Gesù Cristo morto per la salvezza degli uomini.
 
A Nocera Terinese, un piccolo borgo calabrese in provincia di Catanzaro, l’intero paese partecipa con profondo trasporto religioso, nei giorni del Venerdì e del Sabato Santo, al rito dei vattienti, uomini che durante la processione della Madonna Addolorata, scelgono di assumere le sembianze del Cristo, flagellandosi pubblicamente, con una corona di spine posta sul capo.
 
Il vattiente si percuote le gambe con il cardo, cioè un pezzo di sughero con tredici pezzi di vetri o chiodi, e il sangue che fuoriesce dalle ferite viene imbevuto nella rosa, un pezzo di sughero levigato, per lasciare l’impronta sulle case di coloro che escono sull’uscio cercando di disinfettare le ferite del vattiente con del vino bollito insieme a erbe aromatiche.
 
Insieme al vattiente c’è un’altra figura che lo segue, l’Acciomu vestito con un drappo rosso, secondo alcuni come Gesù dopo la flagellazione, quando fu deriso, vestito come il Re dei Giudei con una corona di spine e il mantello sulle spalle.
 
Egli è legato al Vattiente da una cordicella sottile. Alla fine del rito e nei giorni successivi, il sangue del Vattiente misto al vino, resta sui muri e sulle strade del paese finché non sarà la pioggia a cancellarne le tracce.

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