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Fontana di Giugno: la fontana più amata dai cosentini

 

Fontana-Giugno

 

La mitica “Fontana di Giugno” posizionata su Corso Mazzini ed oggi resa più visibile anche grazie al restauro del Palazzo situato a retro della Fontana è, in realtà, una fontana monumentale in ghisa, intitotala “l’été” (l’estate) e dal termine si può facilmente desumere la sua fattura francese. E si tratta di un’opera replicata in più unità e diffusa in varie piazze e comuni italiani. Solo per citarne alcune, l’identica statua che sovrasta il blocco dal quale sgorga l’acqua con le sue due fontane, si trovano allocate nel comune di Alife, in provincia di Caserta, nel comune di Matrice in provincia di Campobasso, nel comune di Magliano dei Marsi, in provincia dell’Aquila.

 

E nel 2001 venne pubblicato un libro ad opera di Alessandro Parisi, intitolato “L’été – ghise altomarnesi in Alife”, in cui si relaziona l’opera di restauro, apportata ad una fontana identica alla nostra “Fontana di Giugno”. E nel libro di Parisi si legge “……L’opera si inserisce nel novero delle prime produzioni seriali (in molti esemplari) dell’arte monumentale e decorativa… L’autore del nostro monumento fu Mathurin Moreau che si formò presso un’Accademia dell’Arte francese istituita a Roma. La tradizionale perizia metallurgica e lo spirito innovativo dette ai francesi il primato nel mondo dell’impiego dei metalli nell’architettura e nelle arti, fin dal 1833;

 

Furono i francesi ad estendere l’uso dei metalli e della ghisa nei settori mercatoriali dell’Arte decorativa ove nella branca della scultura ornamentale le tradizionali espressioni monumentali dei “pezzi unici” furono superate dalla nuova “produzione di serie” e dalla paternità dell’”artista-autore” si passò a quella dell'”industria-realizzatrice” tanto che nel 1863, sulla spinta della produttività imperante, venne istituita la “Unione delle Belle Arti applicate all’Industria” e nel 1881 il “Comité de la Société des Artistes Francais” di cui Mothurin Moreau fu socio fondatore. Innumerevoli produzioni figurarono nelle numerose “expositions” alle quali Val d’Osne partecipò dal 1834 al 1900 in tutto il mondo, riscuotendo notevoli riconoscimenti; in quella parigina del 1867 fu esposta anche la fontana dell’été “estate”, essenso essa rappresentata proprio nel 1867 sul più antico catalogo della Val d’Osne, mentre il suo prototipo in marmo fu esposto già nel 1855 alla “Exposition Universelle” di Parigi. Duplicati dell’été di Moreau sono, oltre che ad Alife (Caserta), a Terracina (Latina), a Matrice (Campobasso) a Fornelli (Isernia) e a Cosenza e qui, come ad Alife, il giovine che sormonta la fontana, è chiamato “giugno” e ciò conforta e sostiene l’anologa denominazione nostrana. L’identificazione dell’été con un giovane sembra proporre il decimo mese del calendario repubblicano francese, primo dell’Estate, il “Messiodor “dono delle messi”, come fa appunto il nostro “giugno” e non a caso, la saggezza della tradizione popolare, incurante della cultura ufficiale, ha sempre chiamato in Alife, con questo nome il giovinetto che, ostentando rastrello e falcetto, preannuncia rassicurando, ancora un altro raccolto…”

 

Sormonta questa fontana neoclassica una bella figura di giovane efebo che rappresenta l’estate; l’agile corpo è nobilitato dalle vesti all’antica, la corta tunica sapientemente modellata in effetto “bagnato” (aderente al corpo) e la clamis (mantellina) pendente come di consueto, dalla spalla sinistra e fissata con borchia sulla destra. Egli impugna, in presa d’appoggio un falcetto, con la destra accostata al fianco, il braccio sinistro in estensione, stringe l’estremità di un altro utensile; è un rastrello, appena riconoscibile per i suoi rostri, posti a terra, “dignitosamente” nascosti tra il fogliame del voluminoso fascio di grano, deliziosamente descritto nelle sue spighe, posto all’indietro come a sostegno della figura e su cui, specie a sinistra, ricadono i lembi falcati della clamide con ampi piegoni a “cannone” e bei risvolti. Tutta la magia della statuaria classica è riproposta nella scattante figura della ponderata definizione degli equilibri, delle sue masse, alla leggera “massa d’appoggio” sull’anca, a quel movimento potenziale suggerito abilmente un po’ ovunque, dalle lievi torsioni del busto sul bacino, della testa e delle agili gambe, canonicamente l’una in posizione di sostegno dell’intero corpo… nello schiacciamento plantare del bel piede ;

 

l’altra leggermente flessa instabile e pronta ad abbandonare quella stasi provvisoria che pur garantisce con la sola “presa” digitale del piede flesso sulla base appena ondulata, irrealistico terreno di lavoro, privo di zolle o sterpi di taglio. Tutto ci rimanda ad un’azione che è ormai compiuta, quella della mietitura, ma che, per assenza di connotazioni particolari, il giovine sembra non aver mai svolto. Il faticoso, per nulla eroico lavoro della millenaria utilità sembra immolato ad un atteggiamento di aristocratica, inaccessibile fierezza assai lontana dall’umile pratica dei campi e degli attributi, il falcetto, il rastrello e le spighe di grano, altro non sono che convenzione, sostegno e decoro della posa araldica e principesca: la destra al fianco, sull’agreste strumento – come sull’elsa del più ageminato stiletto -; la sinistra, su di un’asta inverosimilmente accorciata, quasi atto imperioso sullo scettro del comando… Nell’été in “lavoro” sono la gamba destra (perché caricata del peso del corpo) e il braccio sinistro (disteso in avanti, nella presa sul rastrello); in “riposo” sono la gamba sinistra flessa (preannuncia, ma non compie il movimento) e il braccio destro (appoggiato al fianco) chiasmo ad “X”.

 

Fonte: LaVoceCosentina.it

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