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Disoccupazione: Chi vive, chi sopravvive, chi sorride.

Curiosità – 30/05/2014, Giandomenico Sica

Letizia non ce la fa più, Francesco vuole lottare per la sua Calabria, Samuele sogna di vivere “on the road” come un peregrino errante.

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Scrivere un pezzo sulla disoccupazione partendo dai dati Istat è un po’ arido ed è come scalare una montagna. Dietro la parola disoccupazione ci sono le frustrazioni ed i dolori delle persone. Invece per molti questi sono numeri, dati, statistiche. Rimaniamo acidi è diciamo da buoni analisti che la disoccupazione reale è al 13% e che è ai livelli del dopoguerra della Seconda Guerra Mondiale. Allora però ci fu una guerra mondiale e dopo un Piano Marshall, oggi non ci sono idee e non c’è nessuna speranza di ripresa. Un buon analista economico ora analizzerebbe la situazione, darebbe le sue ipotesi, e cercherebbe soluzioni accusando qua e là. Noi ora invece parleremo di chi c’è dentro la disoccupazione e anche di non c’è. Scriveremo delle persone, di quelle che fanno il mondo. Di gioie, di sopravvivenze e di dolori. Partiamo da Valeria, 33 anni di Rende. Dottoressa in Economia, tirocinio presso uno studio commerciale e abilitata Dottore Commercialista e Revisore Contabile. Il sogno di una vita che si realizza. Studi, sacrifici, ma alla fine ce l’ha fatta. E invece no, perché lavorare in uno studio è come fare il paggetto a un matrimonio. Soldi non ce ne sono eppure sei in uno studio commerciale. Allora lì davanti alla beneficenza si molla e anche se insegui il tuo sogno e lo hai afferrato devi mollarlo. Perché le cose nel frigorifero non entrano da sole, ma entrano se porti i soldi a casa. A questo punto entra in gioco l’apatia, la depressione e stare a casa non aiuta.

 

jpg_lavoratori_personeUn porto sono i famosi call center e Valeria per non stare a casa si rifugia lì. Una scuola di vita sicuramente, ma è un paliativo. Il call center dice Valeria <<Era un covo di vipere con team leader che non capivano nulla e volevano umiliarci solo perché loro non avevano le cuffie. Ho lasciato anche quello perché non arrivavo a prendere nemmeno 500 euro e quindi non valeva la pena andare lì>>. Soluzioni? <<Vorrei andare fuori perché forse è l’unica soluzione ma mi frenano tante cose: la lingua, la mia famiglia, la mia città dove sono nata e cresciuta e poi penso….perché me ne devo andare? Solo perché qui non sono la figlia di qualcuno che conta! Io ci credo alla mia terra e vorrei tanto dare una mano a far sì che le cose vadano bene ma alcune volte perdo la speranza>>.

Poi abbiamo Francesco Cipolla 34 anni da Cosenza, e una vita passata in un campo di calcio e  tra libri di economia. Da pochi giorni la squadra che allena l’Atletico Belvedere Calcio a 5 è stata promossa in Serie A2. Una soddisfazione immensa per un mister così giovane che è riuscito a far approdare la squadra tirrenica nell’olimpo del Futsal italiano. Non solo calcio però. Una Laurea Magistrale in Discipline Economiche e Sociali. Master in Gestione e Sviluppo delle Risorse Umane. 0 mesi di contributi. Ribadiamo perché Francesco ci tiene 0 mesi di contributi. Importanti esperienze all’ estero (tra lavoro e viaggi ha visitato più di 25 Paesi nel Mondo), e 40 giorni da volontario in Kenya, lavorando con i bambini sieropositivi del villaggio di Kyumbi. Sicuramente chi parte in Kenya a fare il volontario non è né un bamboccione né uno schizzinoso, ma il nostro Paese che è bravo a mortificare le sue buone menti lo lascia in panchina. Proprio lui che è un mister. Francesco si reputa fortunato  perché nonostante la precarietà fa una cosa che ama e spera di girare il mondo grazie al Futsal che un po’ per passione e un po’ per necessità è diventato il suo lavoro. Dicono che Ingegneria sia la madre di tutte le Lauree e avviciniamo Roberta Frazzingaro 30 anni cosentina doc e laureata in Ingegneria Ambientale che ci dona il suo pensiero << Sono un ingegnere ed ho speso gran parte della mia vita a studiare per cercare di essere una persona migliore e per realizzarmi nel lavoro. Ho sacrificato tante cose per riuscire in ciò che facevo. Ho rinunciato a volte anche all’amore per riuscire nella mia piena realizzazione. Poi ti fermi a pensare che forse non hai né capre né cavoli. Io ho un lavoro a differenza di molti, ma al momento non è ciò che sognavo , ciò per cui ho lottato. Al contrario di molti io non ce l’ho con l’ Italia, ma questo paese deve cambiare sennò scapperanno sempre tutti. Non è così che questo paese può migliorare. Io ogni mattina vado a lavoro faccio tutte le mie ore con passione e dedizione, ma una vita mia non ce la faccio a averla. E’ difficile e non perché siamo bamboccioni. E’ davvero difficile. Lottiamo ogni giorno, ma la salita è sempre più dura>>.

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La seconda puntata del nostro racconto su chi suda e chi lotta riparte  lasciando le sudate carte e incontrando chi ha imparato un mestiere : Letizia Saralli 45 anni di professione sarta. Sentiamo sempre dire che tutti studiano e che bisogna imparare un mestiere. Bene, ma forse questo discorso regge in Svezia o in Danimarca. Non qui. Letizia è sarta da una vita, è anche brava. Ma lavora precaria in un laboratorio e soprattutto lavora solo quando ha degli ordini. Ha due figli, è separata e il suo ex marito non le dà i soldi che le spettano. Ci confessa con gli occhi rossi << Così non si può andare avanti. E’ durissima così. Alla mia età e senza conoscere la lingua non ho vie di fuga. Se non avessi i figli forse l’avrei già fatta finita. I sogni di una vita andati in fumo e soprattutto vivere così non ha senso. Questo paese ci ha tolto tutto e ai nostri figli non resterà nulla>>.

Un’altra vita tutta d’un fiato la ha Marina Lanteri che da 27 anni a questa parte macina chilometri come se fosse Miguel Indurain : << sono un chimico e lavoro come informatore medico scientifico da ormai 27 anni. Sono una dipendente con la qualifica di impiegata di livello B1, certo ho come benefit l’auto aziendale, ma sono molto dispiaciuta del fatto che “il popolo” ci viva come corruttori. In genere chi corrompe si arrichisce.  A me non è accaduto, ho iniziato questo lavoro quando mi sono separata ed avevo una figlia di 3 anni. E’ un lavoro che mi ha permesso di vivere dignitosamente e crescere una figlia, questo non con pochi sacrifici, ma nulla più, di certo non ho in casa poltrone imbottite di euro come il famigerato Signor Poggiolini! Mi ritengo fortunata in questo periodo storico disastroso, ad avere un lavoro, migliaia di miei colleghi sono stati licenziati e riciclarsi a 50 anni è pressochè impossibile. Non è quello che avrei desiderato fare da piccola e neppure da grande, ma mi ha dato l’opportunità di crescere una figlia e farla studiare>>.

Impelagato nella palude calabrese c’è anche Antonio Terracciano 32 anni da Rende. E’ studente un po’ fuori corso ed è ovviamente disoccupazionedisoccupato. Quando gli chiediamo che progetti ha, lui risponde così << Vedo tutto nero. Vengo da una famiglia normale, non ho grandi possibilità ma ciò che mi fa più paura è rimanere un eterno insoddisfatto. Io nella vita c’ho messo del mio, fatti tanti errori ma comunque questo Paese non mi ha mai dato nemmeno una sola possibilità. Credo che anche se avessi avuto più talento sarei comunque al punto che sono. Devo ancora laurearmi, ma non ho né aspettative né prospettive qui. Credo che andrò via dall’ Italia. Qui fin quando non cambierà la mentalità non cambierà mai nulla. Tutti vogliono rubare e se ne fregano di tutto e tutti. Io pago il mio carattere ribelle e lo pagherò sempre. Ti faccio un esempio : facevo l’arbitro di calcio ed ero anche bravetto, ma aver detto in faccia a qualcuno ciò che pensavo mi è costato essere allontanato dall’ associazione. In questo paese vogliono pecore. I lupi fanno una brutta fine. Io comunque vivrò sempre da lupo e mai da pecora>>.

Poi c’è Emanuela 50 anni, impiegata/funzionaria di un nostro Ministero della Repubblica che in fondo un buon lavoro lo ha. Per la vita regolare che conduce il suo stipendio basta, ma ovviamente non avanza. Non ha da lamentarsi. E’ una che ce l’ha fatta da sola. Ha superato un concorso senza raccomandazioni, con le sue forze. Fa la ragioniera e quindi al suo posto un raccomandato non possono metterlo. Lavora in una bella città ed ha anche una bella macchina. Il sabato ogni tanto la pizza, il parrucchiere una volta al mese e la frutta d’estate sulla sua tavola non manca mai. E lei generosa com’è la offre anche. Da darle un Nobel per la generosità di questi tempi soprattutto. Allora qual è il suo problema? Che ha un figlio di 23 anni che non riesce a trovare nulla. Eppure è bello, in gamba, perito elettronico, ripara computers a casa, parla fluentemente inglese, suona la chitarra, la batteria,  ha gli occhi azzurri, ma tutto questo in Italia non basta. A casa non lo vogliono un soldato e quindi passaporto e porte dell’ America alle porte. E il nostro paese perde i pezzi. Il ragazzo andrà, si farà e non sapremo se tornerà. Ormai questo è il paese delle divise, degli infermieri e ovviamente dei raccomandati.  Il resto non esiste e non esisterà più. Ne resteranno sempre meno. Dato che scriviamo a scopo terapeutico e non solo per distruggere vogliamo portare anche due esempi di chi potrà rimanere in Italia perché ha fatto le scelte giuste ed ha capito forse più di altri il famoso sistema.

Poi c’è il Brigadiere dei Carabinieri Domenico Arilli 54 anni da Locri che a 17 anni s’è arruolato nell’ Arma per mettersi al servizio dei cittadini onesti. Per difendere i più deboli e perseguitare chi vive nell’illegalità e nel malaffare. La sua : una missione, una vocazione. Una divisa ritagliata addosso. Sempre pronto a imparare e dare consigli a tutti i suoi colleghi. Sempre a disposizione della collettività. Una carriera nell’ Arma ricca di soddisfazioni che hanno riscosso il plauso sia delle Autorità che della popolazione esaltando il prestigio e l’immagine dell’ Istituzione. Una vita nell’ Arma e per l’Arma. Dall’ Arma andiamo verso il mare.

Lì incontriamo Francesco Mollo 27 anni da Guardia Piemontese Marina uno di quei paesi dove ancora è più facile sognare che guardare in faccia la realtà. Per tanti che non ce la fanno c’è – come scrivevamo all’inizio – chi ce la fa. Il suo sogno s’è avverato a 19 anni. Entrare nella Capitaneria di Porto Guardia Costiera. Ovviamente tutti all’inizio a sconsigliarlo dicendogli che era impossibile entrare nella Guardia Costiera. Ma Francesco ce l’ha fatta. Visite, test e prove sportive. Oggi lavora a Messina e quando ricorda che insieme al suo equipaggio hanno salvato 167 profughi libici vicino a Lampedusa i suoi occhi brillano di emozione e gioia. Tra quei libici tante donne e bambini che avranno una vita davanti anche grazie a lui. Il suo lavoro è aiutare e soccorrere chi è in difficoltà in mare. Spera di tornare in Calabria al più presto e ci riuscirà. Vuole dare la sue mani alla nostra terra e sicuramente lo farà e ci riuscirà.

E in ultimo concludiamo con Samuele 34 anni cosentino doc che nella vita ha preso una Laurea sperando di cambiare il mondo, ma poi s’è reso conto che non solo non si cambia il mondo, ma non si cambia niente. Non ha fatto il Vigile del Fuoco perché pensava di poter aiutare la gente usando il cervello e non le mani, ma usare il cervello e provare a cambiare qualcosa in questo paese è come voler camminare sull’acqua. Da anni fa il giornalista, tanti riconoscimenti e pochissimi soldi. Scrive sempre per cambiare qualcosa, ma si accorge che a cambiare è lui e si sta facendo vecchiotto per rimanere sempre idealista. Ha bruciato la sua Laurea e vive di parole.  Voleva prenderne una seconda di laurea in Storia perché come scriveva Gramsci “ La storia è maestra di vita”, ma ha deciso di non farlo a un esame dalla fine perché non vuole essere ricordato come un “coglione che ha due lauree”. Vive alla giornata ormai, cercando nella semplicità la felicità. Il suo peregrinare lo ha avvicinato a Dio, al Vangelo, alle Scritture Sacre. Il suo corpo ha ormai una corazza. Quel corpo che sa che dovrà peregrinare ancora. Continuando sicuramente ad errare. Come tutti i peregrini. Quel corpo che vegeta qui ma che sogna di vivere on the road (sulla strada). Di essere cittadino del mondo. Di non avere confini. Di avere come casa il proprio corpo. E quando la notte va a dormire sogna di dire al suo cavallo – come faceva il sommo Terence Hill in “Lo Chiamavano Trinità” – : in California. Queste sono le vite, le storie di persone normali che lottano per vivere, sopravvivere e sorridere. John Lennon che era più famoso di Dio concluderebbe così : Let it be . Let it be . Let it be

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