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Dal Bangladesh alla Fiera di San Giuseppe : le storie di tre ragazzi in cerca di una vita migliore

Cosenza 20/03/2015 Giandomenico Sica 
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La fiera di San Giuseppe per la città di Cosenza è più di una tradizione, un qualcosa di magico. Segna da sempre il passaggio dall’inverno alla primavera e l’arrivo di una moltitudine di colori, sapori e odori. In questi giorni la nostra città è un immenso caravanserraglio e la carovana e i viandanti sono tutti assiepati qui. Nel racconto dello scorso anno la nostra attenzione fu più di manzoniana memoria, descrivendo in generale questa atmosfera gitana e coinvolgente. Quest’anno per evitare di ripeterci abbiamo posato la nostra attenzione su un gruppo di ragazzi bengalesi provenienti dal lontano paese asiatico.
 

Questi ragazzi del Bangladesh sono arrivati fin qui con la speranza di avere una vita migliore. Che il più delle volte però li lascia con le tasche piene di sassi. Il Bangladesh è un paese strano. Non è molto grande eppure ha una popolazione superiore alla Russia che si estende per 120 volte rispetto al paese bengalese. Gli abitanti sono quasi 161 milioni e di conseguenza emigrare è una necessità e una salvezza. Le storie di Khan, Sobuj e Hossian sono simili tra loro. Arrivano tutti e tre da Dhaka, la capitale del Paese. La loro non è stata una fuga, ma voglia di una vita migliore, diversa. Lì da loro non ci sono guerre da cui fuggire, e a loro dire nemmeno una povertà estrema seppur forte. Ciò che li ha spinti è stata la curiosità e il desiderio di cambiare le proprie vite.
 

Khan che ha 30 anni, un ottimo italiano e un discreto inglese ci racconta :<< Ho 30 anni, e arrivo da Dhaka. Sono qui da cinque anni e di base vivo a Lecce. Poi sono sempre in giro per fiere come questa. Sono in Italia da cinque anni e mi piace molto. Solo che qui adesso si sta male. Non riesco più a vendere come prima. Io ho una bancarella di bigiotteria e la gente non vuole spendere più di un euro. Se continua così non posso più rimanere. Devo informarmi bene e andare in Germania. Rimanere qui così non ha senso. Mi conviene tornare in Bangladesh>>.
 

Accanto a lui il suo collega amico Sobuj che con un italiano più stentato e avvalendosi della traduzione di Khan ci dice :<< Io ne ho 27 di anni e anche io arrivo da Dhaka. C’è tanta povertà lì. Noi veniamo qui per cercare di migliorare la nostra esistenza. In Bangladesh facevo il cameriere nei ristoranti, ma poi ho deciso di venire in Italia. Mi piace tanto, ma è tanto difficile. Non si riesce a trovare nessun lavoro se non quello che facciamo. Anche io vorrei andare in un altro paese europeo>>.
 

In ultimo ascoltiamo il racconto di Hossian, il più grande del gruppo. E’leggermente emozionato e stupito per la nostra intervista in quanto non molte persone si avvicinano a loro e soprattutto alle loro storie. I suoi occhi non mentono e inizia a raccontarci :<< Ho 45 anni e da 14 anni sono qui. Vendo bigiotteria e abbigliamento. Fino a sette/otto anni fa le cose non mi andavano male, sono sincero. Ma adesso non si vende più. Le persone non spendono. Io ho due figli nel mio Paese e mia moglie. Prima mandavo loro i soldi mentre adesso non riesco a dargli più nulla. Non riesco più a vivere nemmeno io qui. Vorrei tornare lì a questo punto. Ma forse lì sarebbe ancora peggio. Siamo troppi in Bangladesh e anche se si riesce a trovare un lavoro è decisamente mal pagato. Stringerò i denti e continuerò qui per un altro po’>>.
 

Concludendo si riavvicina Khan e ci dice che questo articolo che scriverò non servirà a nulla, come nulla serve a nulla. Non posso che rispondergli che ha ragione. Cosa potrebbe mai cambiare scrivere quattro parole su un foglio bianco. Una sola cosa mi sono permesso di dirgli dopo averlo ringraziato per la sua gentilezza e disponibilità ossia che nulla cambierà mai nulla e su questo ci siamo. Ma raccontare storie non è e non sarà mai banale. Il giorno che finiremo di fare anche questo saremo di un’asetticità che ci dilanierà l’esistenza.

Non cambierà nulla questo racconto, ma se anche solo una persona d’ora in poi dopo aver letto questo pezzo vi guarderà e capirà un po’ di più cosa c’è dietro le vostre bancarelle vorrà dire che Dio è con voi. E non vi abbandonerà. Di più non saprei cosa aggiungere e cosa dire. Se non che nel mondo c’è tanta ingiustizia che non potrà e non sarà mai debellata. Noi continueremo quanto meno a raccontarla per poter dire sempre a testa alta che la testa non l’abbiamo mai girata dall’altra parte. E finché sarà così una minima speranza ci sarà sempre. Per tutti. La fiera continuerà la sua giostra, per alcuni sarà un affare per altri sarà malinconia. Ma in fondo ovunque si sarà il cielo sarà sempre lo stesso.

  1. Egor says:

    Ottimo lavoro del giornalista, quest articolo è scritto davvero bene